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Non so ancora come andrà a finire. Non l’ho deciso io questo viaggio: mi è stato regalato da un amico, sicuro che, a una prima scorsa del tragitto da compiere, mi sarei convinta a seguirlo nonostante il freddo e le insidie del percorso. E pensare che a me il freddo e il ghiaccio e il vento han sempre messo una certa agitazione, complice la mia totale dipendenza da tutto ciò che mi promette il mare. Non che non avverta, tra una bracciata e l’altra, il pericolo di non appoggiare i piedi a terra, ma tra le onde mi ci ritrovo, anche quando sono un po’ moleste; anche quando, nonostante le ore d’allenamento nella piscina blu e legno vicino a casa, mi faccio prendere dall’angoscia di non riuscire più a tornare a riva con le mie sole forze. Il fatto è che mi consola quanto un miraggio quel lago gelato inquadrato dalla finestra della capanna dove sto ora col mio nuovo compagno di viaggio – che non è il mio amico: lui se n’è andato giorni fa, appena dopo avermi presentato Sylvain. Sarò sua ospite per qualche giorno.

Sylvain, francese chiaro di capelli e di occhi, ha la mappa delle sue vite disegnata sulla faccia. Si capisce subito che non è uno sprovveduto. Abbiamo la stessa età ma io mi sento molto più stupida. Sylvain dice cose del tipo: «L’essenziale è dirigere la propria vita a colpi di timone, superare lo spartiacque tra mondi in contrasto, alternare il piacere al pericolo, il gelo dell’inverno russo al calore della stufa. Non fissarsi: oscillare continuamente da un estremo all’altro della gamma delle sensazioni». Io non saprei manco scriverle, certe cose. Lui invece le ferma tutte sul diario che compila ogni giorno, nei momenti in cui non è fuori a spaccar legna o a pescare nel buco scavato nel ghiaccio del lago. Leggo le sue pagine e, di nascosto, fotografo i passaggi più emozionali. Ci vuole coraggio a fare quel che ha fatto lui: stare sei mesi in una capanna in Siberia, sulla sponda del lago Bajkal, isolato dal mondo, a difendersi dai 30 gradi sotto zero, dagli orsi e dalla propria solitudine. Per questo avevo paura di conoscerlo. La mia solitudine m’esalta ma a tratti mi uccide. Oscillo troppo, e i sogni sono di là da venire. Giro su me stessa anziché attorno al mondo, e quando mi fermo ho sempre la sensazione di aver sbagliato strada.

«Questa vita fa sentire in pace», dice Sylvain. «Non perché dentro si spengano tutti i desideri: la capanna non è un albero del risveglio buddhista. La vita da eremita riconduce le ambizioni alla misura del possibile. Quando si limita il numero delle azioni, si aumenta la profondità di ogni esperienza. Leggere, scrivere, pescare, scalare i fianchi della montagna, pattinare, vagare nei boschi… l’esistenza si riduce a una quindicina di attività». Mentre Sylvain mi spiega queste cose, di sera al caldo della stufa e della vodka, capisco perché mi piace così tanto andare al mare, qualsiasi lembo di terra sovrasti. Quando vado al mare, non ho bisogno di granché: un cambio di costume, un paio di jeans e un maglione per la sera, un cappello dalla tesa larga per il sole, qualche vestito a fiori e un po’ di libri. Forse non i sessanta che Sylvain s’è portato nella capanna insieme ai sigari e alla vodka, ma la mia valigia di solito pesa più di carta che di scarpe. È sempre stato al mare, nelle mie vacanze in Francia, in Grecia, in Liguria e nelle Marche, in Israele e a Otranto, che ho ritrovato quella pace che altrimenti non afferro, perché in realtà il mare non mi promette nulla. Non è nemmeno un sogno. È uno sguardo – il mio – verso un territorio incontaminato che non potrò mai controllare e che mi riporta pertanto alle giuste dimensioni, o alle sproporzioni, tra la mia esistenza e il resto. Sylvain me l’ha detto in un altro modo: «Per provare un senso di libertà interiore bisogna disporre di spazio e di solitudine. A ciò si aggiunga l’essere padroni del proprio tempo, il silenzio totale, una vita dura e lo spettacolo della bellezza naturale».

Il rumore m’infastidisce, ma non sono i boati delle fratture che l’avvento della primavera provoca sulla superficie ghiacciata del lago Bajkal. È il suono del cellulare del passeggero seduto davanti a me, che mi riporta alla realtà del mio viaggio. Mi raccontava un’amica che quest’estate, in Olanda, ha scoperto che ci sono vagoni in cui è vietato parlare. Silenzio! Ci vorrebbe più tempo per dedicarsi all’anima. Intanto il libro è ancora fermo sulle mie gambe. Sono quasi arrivata: il treno e il mare corrono finalmente appaiati. Accanto a me, nel sedile lasciato libero dal signore sceso poco fa, si sistema un tipo sui cinquant’anni con gli occhiali e la barba. Mi guarda, sorride e dice: “Ah, Sylvain Tesson, Nelle foreste siberiane. Gran bel libro”. Ma io non ho voglia di parlare; vorrei star sola. Ricambio il sorriso e riprendo in mano il libro: in un attimo sono di nuovo là, nella capanna insieme a Sylvain. E chi se ne importa degli orsi.

Depero_Donna_Treno

Nell’immagine, “Donna + treno” di Fortunato Depero

1929-1930, progetto d’illustrazione per “Vogue”

Pagina tratta da

“Depero. Opere della Collezione Fedrizzi”, Electa